Checché se ne dica, e fatta, ovviamente, la tara ai limiti storici di quella
democrazia, ci sono ancora molte cose da imparare dalle considerazioni sulla
democrazia fatte da Platone, Aristotele, Erodoto, Tucidide, Demostene, Isocrate.

di: Alfonso M. Iacono

 Molte cose da imparare anche per la democrazia contemporanea. Vi è un passo della Politica di Aristotele che suona così: “Il ragionamento sembra dimostrare che il numero dei governanti, ristretto in un’oligarchia o elevato in una democrazia, è un elemento accidentale dovuto al fatto che dovunque i ricchi sono pochi e i poveri numerosi. Perciò…la reale differenza tra la democrazia e l’oligarchia è la povertà e la ricchezza. Dovunque gli uomini governano in ragione della loro ricchezza, siano pochi o molti, si ha un’oligarchia, e dove governano i poveri, si ha una democrazia”.
Affermazione, questa, di grande inattualità, che si trova ripresa in un libro del grande storico dell’antichità Moses Finley avente per titolo La democrazia degli antichi e dei moderni . Cosa ci insegna questo libro ? Che la democrazia degli antichi può aiutarci a comprendere, per comparazione, il senso moderno della democrazia; e che, in particolare, può aiutarci a riflettere, per contrasto, sulla moderna alleanza fra democrazia e competizione delle élites. Perché di questo si tratta. Dell’ambigua convivenza o addirittura della simbiosi fra democrazia e competizione delle élites.
Finley, in questo suo libro, parte dalla critica di quelle teorie (per esempio quella contenuta in Capitalismo, socialismo e democrazia di Joseph Schumpeter) che concepiscono il metodo democratico come “lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare“. Ad una definizione come questa, famosa, di Schumpeter, Moses Finley non contrappone un’altra definizione, ma una considerazione sulla democrazia antica che, a mio parere, contiene elementi assai importanti anche per la democrazia odierna. Scrive Finley:
 “Per Aristotele l’uomo era per natura un essere non solo destinato a vivere in una città-stato ma anche un essere domestico e comunitario. Vorrei suggerire che questo senso comunitario, rafforzato dalla religione di stato, dai miti e dalle tradizioni, fu l’elemento essenziale del successo prammatico della democrazia ateniese…. Né l’Assemblea sovrana, con l’illimitato diritto di partecipazione, né le giurie popolari né la selezione dei funzionari per sorteggio né l’ostracismo avrebbero potuto impedire da una parte il caos e dall’altra la tirannia, se in seno al corpo dei cittadini non ci fosse stato quell’autocontrollo capace di contenere il comportamento collettivo entro certi limiti. L'autocontrollo differisce molto dall’apatia che letteralmente significa «assenza di sentimenti», «insensibilità», qualità che non possono essere ammesse in una vera comunità“.

Se una democrazia fondata sulla circolazione delle élites sia completa.

Uno dei presupposti dei discorsi che intendono coniugare democrazia con competizione delle élites riguarda il fatto che tale sposalizio tanto più è felice, quanto più cresce l’ignoranza politica e l’apatia pubblica. Tradotto in altri termini, nella democrazia così concepita e teorizzata, la partecipazione è uno strumento che serve al gioco delle élites, e, in quanto strumento, essa rimane vincolata ai limiti dell’ignoranza pubblica e dell’apatia politica .
Si deve identificare il problema della formazione dei nuovi gruppi dirigenti con la teoria della circolazione delle élites ?
Se è così, cosa distinguerebbe, nella sostanza, una destra da una sinistra? In linea di principio, non credo che possano essere i programmi in quanto proposte tecnicamente definite (anche se le questioni delle competenze non vanno sottovalutate) a fare questa distinzione, e neanche il rapporto fra dirigenti e diretti. Lo si voglia o no, a fare la distinzione saranno i valori etici e culturali in rapporto a cui la critica del presente si coniuga, consapevolmente o meno (ma la consapevolezza fa differenza) con il sapere del passato e l’attesa del futuro. Ma se saranno i valori a fare la differenza, che rapporto c’è tra i valori e il metodo democratico? Naturalmente si potrebbe rispondere dicendo che esiste un valore a tutti comune che è la democrazia, al cui interno sorgono valori differenti e contrapposti. Ma come è possibile stabilire un simile confine? Forse trovando un accordo non dichiarato su cosa dobbiamo intendere tutti per democrazia ? E cosa stiamo intendendo tutti oggi per democrazia se non quella coniugata con la circolazione delle élites?

Come Bottomore aveva osservato, alla maggioranza dei politici del secolo scorso non sarebbe mai venuto in mente “di considerare il suffragio universale, la competizione tra i diversi partiti politici e il governo rappresentativo, per quanto degni di valore anche per il contrasto con le istituzioni degli altri regimi politici, come lo scopo ultimo del progresso democratico, oltre al quale sarebbe stato impossibile avventurarsi”. In seguito alla costituzione, in questo secolo, degli stati totalitari, l’atteggiamento nei confronti della democrazia cessò di essere quello di tipo processuale. La democrazia organizzata dal gioco delle pluralità delle élites divenne, per pensatori come Raymond Aron e Joseph Schumpeter, un punto d’arrivo. Era una democrazia completa. Nichilismo e disincanto da momenti alti della conoscenza critica si trasformarono in elementi di difesa dell’esistente. La democrazia coniugata con la circolazione delle élites si mostrò come l’argine su cui attestarsi in un contesto di significati dove le opposizioni dominanti erano o democrazia/fascismo o democrazia/totalitarismo comunista. Il punto è che di fronte a opposizioni storiche di questo genere, lo spazio per una articolazione interna al contesto della democrazia non poteva forse essere trovato. Ma oggi forse è possibile, perché il contesto di significato storico che quelle opposizioni determinavano, con la caduta del muro di Berlino è scomparso, aprendo nuove possibilità. Ma insieme a queste si affacciano nuovi pericoli che oggi riguardano il disfacimento delle relazioni comunitarie, sempre più difensive e localizzate in risposta alla globalizzazione e sempre più legate a un arcaico ritorno al conflitto amico-nemico (ricerca di un’identità contro lo straniero o l’altro) e all’altrettanto arcaico rapporto leader-popolo. Le relazioni comunitarie costituiscono il sostegno necessario alla tenuta dei vincoli e delle regole nella dinamica democratica, dove non è il consenso a essere l’esclusivo protagonista (esso è esclusivo solo nei regimi totalitari), ma il rapporto tra maggioranza e minoranze con la tutela di queste ultime).

Il contesto è cambiato perché l’inatteso della storia (“la misura dell’inatteso è infinita”, ha scritto Arnaldo Momigliano) ha ancora una volta mutato confini e problemi.
Ritornando alle considerazioni di Mose Finley sulla democrazia antica, occorre dunque sottolineare a contrario che le regole in democrazia sono la condizione necessaria ma non sufficiente. Esse sono, per così dire, cuciture che danno forma al tessuto comunitario dei rapporti e dei valori. Ma questo tessuto deve essere molto consistente. Se il contesto di significato comune a destra e a sinistra continuerà a essere, come attualmente di fatto è, una democrazia costruita nel senso di Schumpeter (con aggiornamenti vari) dubito fortemente che si possa sperare in un tessuto sociale e comunitario molto consistente capace di garantire l’autocontrollo di cui parla Finley. Le cuciture si stanno strappando. L’autocontrollo differisce dall’apatia. E l’apatia ha uno strano e inquietante rapporto con le esplosioni incontrollate.