Fondatori

ROMA – Si chiama “end of waste”, espressione sconosciuta ai più, ma centrale in quella che si sta affermando come “economia circolare”, il motivo per cui è saltato il decreto “verde” voluto dal ministro dell’Ambiente Costa . Significa il momento in cui un rifiuto cessa di essere tale e può essere sottratto al circuito dello smaltimento e utilizzato come materia prima all’interno di imprese. Stabilire quando il rifiuto cessa di essere tale è cruciale: perché sottrarre, anche comprandoli, materiali al ciclo dello smaltimento è un reato.

Oggi, dopo il decreto sblocca cantieri della maggioranza gialloverde, la decisione è centralizzata al ministero dell’Ambiente e le autorizzazioni alla “end of waste” vengono centellinate. Le lentezze mettono in difficoltà le imprese che hanno programmato investimenti tecnologici, rappresentate da una cinquantina di sigle che vanno dalla Confindustria in giù: l’unica deroga che è stata firmata, di recente, è quella che consente di utilizzare i pannolini usati per produrre plastiche speciali e che ha permesso ad alcune industrie del Nord di mettersi immediatamente in produzione.

L’obiettivo, con il nuovo governo, era quello di rendere più facile il sistema lasciando più margini alle Regioni. Ma il ministro Costa, e parte del mondo Cinquestelle del dicastero, teme che a livello locale prevalgano logiche poco trasparenti. Così l’articolo 12 del “decreto Greta” che avrebbe dovuto, nella speranza della lobby delle imprese, rendere più fluido il meccanismo a conti fatti lo ingessava. La levata di scudi dei produttori ha provocato un braccio di ferro che è stato determinante a rinviare il decreto. Tant’è che nelle bozze circolate dell’articolo 12 c’è solo il titolo e manca il testo. “Si evitano possibili malversazioni a valle, ma non si pensa che il rischio c’è anche nel tradizionale circuito di smaltimento”, spiega Donato Berardi, economista di Ref e della voce.info.

Il secondo motivo è di comunicazione politica. Costa sull’onda del programma Green di Conte, dell’Onu, delle dichiarazioni di Ursula von der Leyen, ha messo a punto un decreto che tagliava gli sgravi e metteva in campo una vera e propria rivoluzione che avrebbe colpito petrolieri e Tir. Molti ecologisti che hanno voce in capitolo nel centrosinistra hanno osservato, responsabilmente, che si poteva fare meglio con più tempo e che soprattutto Costa non poteva fare tutto da solo. Edo Ronchi, presidente del Circular economy network ha detto che era meglio “non fare tagli lineari, ma incidere di più sui grossi e meno, ad esempio sull’agricoltura”. Ermete Realacci, presidente onorario Legambiente, ha spiegato che “bisognava fare una cosa più meditata, come in Germania”. Altri importanti esponenti del mondo della sostenibilità hanno avvertito che aumentare le tasse avrebbe dato fiato a Salvini che si sarebbe messo a dire che la prima mossa del Conte bis è quella di aumentare le tasse. La minaccia di bloccare l’autotrasporto fatta da Uggè della Conftrasporto che si riunisce martedì prossimo per decidere, ha fatto il resto.

Tutto ciò mentre si apre il summit Onu sul clima con Greta in prima fila. “Non abbiamo fatto una bella figura”, ragiona un esponente del governo. Le coperture? Un alibi. Le misure su rottamazione e vendita alla spina costano 300 milioni, mentre gli incassi strutturali del taglio dei sussidi ambientalmente dannosi consentono incassi strutturali di 1,6 miliardi all’anno. Al Tesoro sono stati infastiditi anche dal fatto che i tagli avrebbero dovuto essere concordati con la revisione degli sgravi fiscali e che gli incassi dovevano andare a riduzione del deficit.

0 commenti