Crisi ecologica e crisi politica

Crisi ecologica e crisi politica

I filosofi antichi sostenevano che la paura era originata dai fenomeni irregolari e eccezionali della natura. Le eclissi, le comete, i fulmini e così anche le malattie infettive facevano tremare le donne e gli uomini.

di: Alfonso M. Iacono

Questi fenomeni erano attribuiti alla collera degli dèi. Poi, col tempo questi fenomeni furono oggetto di riflessione filosofica e scientifica e si cominciò a cercarne le cause naturali. Ciò di cui non si aveva paura erano i fenomeni regolari della natura: il sole che prende il posto delle stelle, la primavera che sostituisce l’inverno e inonda di verde e di fiori il mondo.
Non tutte le albe erano uguali, così come le primavere si distinguevano l’una dall’altra. Eppure vi era la certezza che i fenomeni della luce e delle stagioni si sarebbero ripetuti con la solita regolarità.
Oggi la paura sorge perché le stagioni sono sempre più irregolari: in inverno vi è sempre meno neve, le estati diventano sempre più strane. Qualcuno pensa che queste irregolarità, queste stranezze, siano variazioni climatiche normali nel corso del tempo. Molti invece, scienziati e non, ritengono che queste strane e irregolari mutazioni della natura siano catastrofiche e annunciano ulteriori catastrofi. Troppi fenomeni si presentano come eccezionali per non far pensare che non vi sia un mutamento nel clima e nell’ambiente in cui viviamo.
Eppure vi è un’ulteriore stranezza: con la potenza dei mass media, basta l’annuncio di un’infezione che si scatena il panico, mentre per quel che riguarda i fenomeni climatici e ambientali, queste, per così dire, quasi non fanno notizia, anche se la paura serpeggia silenziosamente tutte le volte che una stagione si mostra diversa da quel che dovrebbe essere.
Ma alla paura di un futuro catastrofico che incombe su di noi e sul nostro presente si accompagna una negazione o una sottovalutazione dei pericoli e dei disastri causati dallo sfruttamento, qui e ora, della natura e dell’ambiente.
E’ questo insieme contraddittorio di paura del futuro e insicurezza del presente, in un mondo in cui si è spinti ad accaparrare tutto e subito, che si alimenta ciò che genera l’ansia e l’angoscia del nostro vivere contemporaneo che ci porta ad essere paralizzati e, nello stesso tempo, agitati in modo inconsulto perché il pericolo, nonostante o forse a causa dell’eccesso di informazione, continua ad apparire sinistramente ignoto.
Tuttavia il coronavirus ci sta insegnando che ne possiamo uscire solo se la cooperazione prevarrà sulla competizione, il senso collettivo avrà la meglio sull’individualismo, la sanità e la scuola smetteranno di essere aziende alla ricerca del PIL, il debito pubblico sarà al servizio di quello stato sociale che il neoliberismo ha smantellato. Non credo né allo stato d’eccezione né al capitalismo che pianifica. Oggi nel capitalismo prevale più che mai, al contrario, ciò che Melville fece dire al capitano Achab e cioè che il fine era folle ma i mezzi erano razionali. Dobbiamo fermare la follia del fine e ricercare, nel disincanto, la poesia di un altro mondo possibile, perché quello in cui viviamo assomiglia a una danza di topi dentro una nave che affonda. Se non sarà la pandemia, prima o poi ci faranno affondare i disastri ambientali. La poesia della vita è forse l’unica cosa per cui valga veramente la pena di lottare e di lottare insieme per l’eguaglianza reale in un mondo diverso. Il disincanto di una politica realista forse è necessario, ma non sufficiente. Se come, si dice, la politica è la scienza del possibile, allora dobbiamo dire anche proprio ora che un altro mondo è possibile.
D’altra parte, molto dipende dalla nostra capacità di autogovernarci. Cosa che sta avvenendo un po’ dappertutto. L’autogoverno e l’autodisciplina oltre che limitare il rischio di infezione può contrastare il rischio di atti coercitivi.
Il fatto però è che viviamo nella confusione tra un’idea e una pratica di libertà che ha senso solo nel rispetto della libertà degli altri e un’idea e una pratica di libertà basata sull’individualismo, l’egocentrismo, la totale subordinazione ai propri interessi egoistici dell’esistenza degli altri. Bisogna fare un grande sforzo educativo per distinguerle, cioè per far sì che prevalga l’idea di cooperazione su quella, tanto osannata, della competizione, per stare dalla parte della solidarietà piuttosto che da quella della lotta per l’esistenza. Il coronavirus ci sta tragicamente facendo capire, contro Johnson, Trump e Bolsonaro, che è la solidarietà che ci può permettere di uscire da quest’incubo. Nel caso della solidarietà bisognerà attivare lo stato sociale, impedire che la società sia, come lo è oggi, un semplice mezzo per i fini e i profitti privati. Tutto ciò ha portato a diseguaglianze mai viste prima, diseguaglianze che dobbiamo combattere a maggior ragione ora che ci si prospetta una crisi economica (dove, sia detto per inciso, come nelle guerre, molti si impoveriscono, ma alcuni si arricchiscono).