Alfonso Maurizio Iacono
PASSIONE&LAVORO

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Martedì 2 novembre 2020

Quelle di oggi sono democrazie senza democrazia. Hanno tutti gli elementi istituzionali di una democrazia – diritto di voto, elezione dei rappresentanti, costituzione – eppure convivono con la diseguaglianza sociale ed economica mentre i diritti delle minoranze vengono, più o meno ipocritamente, calpestati. Riconosciuti in principio e negati nei fatti”.
È questo – secondo le parole di Maurizio Alfonso Iacono – il centro dell’argomento di discussione dell’appuntamento del Laboratorio del futuro di giovedì 12 novembre 2020, alle 17,30, live sulla pagina Facebook del Laboratorio, che vede ancora una volta l’intervento del filosofo siciliano, ospite ricorrente degli appuntamenti, in dialogo con Giovanna Bernardini.
Il tema della democrazia è uno degli argomenti capitali del Laboratorio, che ha già visto numerosi interventi, tra cui, oltre a quelli di Iacono, anche di Giacomo Marramao e di Gian Marco Montesano. La democrazia è oggi sotto pressione per molte ragioni: dall’avanzare delle tecnologie alle spinte populiste, dalle difficoltà nel gestire situazioni
complesse come quelle della presente pandemia a un’altra situazione complessa come quella manifestata dalle attuali, democratiche elezioni americane. L’approfondimento dei motivi della sua crisi e l’esame delle possibili soluzioni rappresentano pertanto una delle principali linee di ricerca del Laboratorio.

La sensazione che si prova oggi è assai simile a quella che proviamo quando, entrando in un tribunale, leggiamo: “la legge è uguale per tutti”, un principio giusto, eppure sappiamo per esperienza che le cose non stanno così, che la legge, di fatto, non è uguale per tutti, che i ricchi, onesti e criminali, hanno ben altre possibilità di difendersi che non i le personale ‘normali’, per non parlare dei poveri. Le democrazie occidentali di oggi sono il risultato di una teorizzazione proposta negli anni ’50 del secolo scorso, quando, di fronte alle società di massa, bisognava collocare il sistema politico delle élites all’interno di regole democratiche capaci di legittimare la circolazione alternata dei gruppi di potere e dei partiti. Il grande storico antico Moses Finley, paragonando la democrazia degli antichi a quella dei moderni, aveva rilevato che il sistema democratico moderno (e pensava soprattutto, ma non solo, a quello anglosassone), stava basandosi su tre fattori: scarsa partecipazione, apatia politica e ignoranza pubblica. Finley scrisse queste cose nel 1972.
Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, possiamo dire che le teorizzazioni di Lipset e di Schumpeter si sono realizzate pienamente: le nostre democrazie sono basate sulla scarsa partecipazione, sull’apatie e sull’ignoranza politica. I social confermano e legittimano questo processo, accentuando forse la questione del consenso, che, in quanto tale, non può essere considerato un elemento determinante della democrazia.
Finley si domandava quali rapporti potessero esserci tra l’apatia politica e il consenso e scriveva: “Il consenso di per sé non necessariamente è un bene; in Germania la soluzione finale raccolse un consenso sufficiente, se non proprio l’unanimità, e a determinare il consenso l’unanimità non è neppure richiesta”.
Ma Finley rifletteva sulla democrazia negli anni ’70, un’epoca in cui, nonostante tutto, era presente lo stato sociale. E oggi? I tre fattori senza dubbio si sono rafforzati, tanto più che l’aumento esponenziale dei mezzi di comunicazione di massa sta creando una massa di“isolati e connessi” e si accompagna alla situazione paradossale secondo cui all’aumento dell’informazione si fa sempre più opaco il velo d’ignoranza. Ma non si tratta solo di questo.
Con il neoliberismo i tre fattori si accompagnano all’aumento delle diseguaglianze sociali e allo smantellamento dello stato sociale. Lonstiamo vedendo, in questa pandemia, con la sanità, ma anche con la crisi della scuola. L’ideologia del neoliberismo è basata sulla fine delle ideologie e della storia e sull’assenza programmata di alternative future (TINA: There is no alternative). L’ideale è lo stato minimo, e ogni intervento delle istituzioni, anche in chiave sociale, viene vissuto come un atto autoritario da respingere in nome della libertà individuale e collettiva. Fermo restando che ci si deve difendere dall’autoritarismo repressivo dello stato, l’identificazione tra stato sociale e stato repressivo porta inevitabilmente a un rapporto insano tra istituzioni, leggi, diritti e individui. La libertà che dovrebbe trovare il suo limite nel rispetto della libertà dell’altro si trasforma in individualismo autoreferenziale. In tale contesto va collocata la crisi della rappresentanza democratica, che è stata determinata in gran parte dalla fine dei partiti politici intesi come portatori organizzati di visioni del mondo e di progetti di lungo periodo. L’identificazione assoluta tra i partiti e le rappresentanze istituzionali, così come l’arretramento verso una forma arcaica di legittimazione dei leader, hanno fatto perdere alla politica il senso progettuale del futuro. Tutto si esaurisce nell’arco istituzionale dei tempi elettorali e dunque nel consenso a tempo breve.
Ciò esclude la possibilità di riflessioni progettuali di lungo periodo che un partito aveva e poteva avere.
E questo in un futuro che incombe minaccioso sul presente dal punto di vista ambientale e sociale, mentre il presente è governato dalle grandi imprese industriali e finanziarie, le quali agiscono negli interessi dei loro azionisti. Infine, la cosa buona e meravigliosa, la faccia opposta dell’egoismo e dell’interesse, il volontariato, rischia oggi di restare confinato a fare da stampella a un mondo che nella sua ‘normalità’ appare sempre più patologico. Si tratta di ritornare ai vecchi partiti?
Certamente no. Ma neanche fingere che con questa democrazia senza democrazia si possa andare verso il meglio e che, come si dice, “andrà tutto bene”.

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